Un bambino cresciuto devoto alla sua arte: Stanley Tucci su Alberto Giacometti e Final Portrait

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Un bambino cresciuto devoto alla sua arte: Stanley Tucci su Alberto Giacometti e Final Portrait

Ci sono voluti anni a Stanley Tucci per portare a termine un progetto a cui teneva molto, come tutti i film da lui diretti, diventati oggi cinque con Final Portrait, ritratto di alcune settimane dell’artista svizzero Alberto Giacometti, visto attraverso il suo amico, scrittore e modello per caso, James Lord. Se quest’ultimo è interpretato da uno degli attori più caldi del momento, Armie Hammer - saranno le tutine Adidas in poliestere indossate nel tour italiano -, Giacometti è Geoffrey Rush, con tanto di brontolii, qualche esplosione di rabbia, e un’immedesimazione totale nel burbero artista.

Parigi del 1964, due anni prima della sua morte, Alberto Giacometti, è impegnato nella realizzazione del suo ultimo ritratto, quello del giovane scrittore statunitense James Lord.

Tucci è passato per Roma per presentare il suo film, dopo una tappa alla scorsa Berlinale. “Non credo nei biopic tradizionali”, ha dichiarato il regista, “diventano un’esposizione di eventi per due ore, mi sembra più interessante esaminare una piccola porzione della vita di qualcuno e andare in profondità, esplorando il più possibile, arrivando all’essenza. I dettagli riescono paradossalmente a essere più universali, dandoci un quadro più completo”.

Non è senz’altro un autore poliedrico, arrivato solo al quinto film in carriera, scegliendo sempre piccoli progetti indipendenti, “storie che avevo voglia di raccontare a modo mio, per ragioni personali. Il mio ultimo film l’avevo diretto dieci anni fa, otto anni dopo il penultimo. Sono ritratti intimi, diversi da quelli che faccio come attore, ma se non facessi blockbuster non potrei mangiare e ho cinque figli e un mutuo. Girarli, poi, è divertente, incontri persone fantastiche, anche nella troupe, e in ogni film impari sempre qualcosa”. Dopo averi pensato per un po’, ha preferito non recitare, lasciando il compito a un fuoriclasse come Geoffrey Rush: “volevo concentrarmi sul film complessivo, è un grande sforzo dirigere, se avessi recitato inevitabilmente ne avrebbe sofferto il film.”

L’arte è di casa per Stanley Tucci, letteralmente, fin da bambino. “Sono cresciuto con un padre artista e insegnante d’arte, abbiamo anche vissuto un anno a Firenze, e viaggiavamo spesso per l’Italia per ammirare soprattutto l’arte rinascimentale. Esperienze che sono rimaste con me, crescendo hanno influenzato la mia estetica, mentre all’università ho studiato un po’ di disegno e continuato a frequentare i musei. Giacometti era uno degli artisti più interessanti e il libro da cui è tratto il film esprime le gioie e i dolori della creazione artistica meglio di qualunque altro”.

Quella creazione artistica che è al centro del film, insieme alla curiosa amicizia fra due uomini molto diversi. Rush ha avuto due anni per studiare il personaggio, mentre Tucci faticava per trovare i soldi per finanziare il progetto. “Abbiamo provato per una settimana come a teatro, poi abbiamo tagliato molto materiale della sceneggiatura, non servivano molte parole. La parte più difficile per Geoffrey è stata sentirsi a suo agio nell'essere arrabbiato e nell'usare pennello. Lui è un grande attore, ma anche molto giocoso: non fermavo la macchina e gli facevo rifare la scena mantenendo spontaneità. Qualche volta è meglio non pensare troppo.”

Giacometti viene ritratto nel film come un donnaiolo, volubile nel suo umore, ma certo generoso con le persone a lui care. Tucci ha detto di condividere le ansie e le insoddisfazioni del personaggio di Final Portrait, dicendosi molto affascinato, come detto, dal processo creativo, ma soprattutto dal percorso necessario ad arrivare alla ricerca della verità. “Aveva devoluto la sua anima e il suo cuore alla pratica artistica, non certo alla moglie. La sua etica del lavoro era maggiore rispetto a quella morale, voleva comportarsi come un bambino cresciuto, in questo c’era dell’egoismo e il fratello facilitava il suo comportamento, mentre la donna che scelse gli permise di farlo. Ma era allo stesso tempo incredibilmente generoso, e ha vissuto la vita esattamente come voleva; è etico? Non credo importi la risposta, la sua scelta di vita aveva il consenso di chi lo circondava, e non era una persona crudele”.

Final Portrait è in uscita l’8 febbraio, distribuito da BIM.




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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