L’ossessione dell’artista: Stanley Tucci al Festival di Berlino 2017 con Final Portrait

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L’ossessione dell’artista: Stanley Tucci al Festival di Berlino 2017 con Final Portrait

L’artista eccentrico è un ruolo che ritorna nella carriera di Geoffrey Rush. Indossando i panni del pianista David Helfgott la sua carriera prese un respiro internazionale con Shine, arrivando fino alla vittoria degli Oscar. Ora, a distanza di vent’anni, presta il suo senso dell’umorismo bofonchiato al pittore e scultore svizzero Alberto Giacometti. Considerato fra i maggiori artisti della seconda metà del Novecento, è diventato un’ossessione per Stanley Tucci, che da dieci anni sta cercando di adattare il libro di memorie di James Lord A Giacometti Portrait, sugli ultimi due anni della sua vita.

In particolare Final Portrait, presentato fuori concorso alla Berlinale, racconta i poco meno di venti giorni in cui il giovane e brillante scrittore americano a Parigi, interpretato da Armie Hammer, si fece ritrarre dall’artista nel suo atelier. “Avrei voluto girarlo in bianco e nero”, ha dichiarato alla stampa Stanley Tucci, “ma sarebbe stato ancora più difficile produrlo. Ho desaturato i colori in modo da renderlo quasi monocromatico, avvicinandomi allo stile di Giacometti. Non volevo l’immagine romantico nostalgica degli anni ’60 a Parigi, ho cercato uno stile realista vicino a quello della nouvelle vague. Abbiamo girato con le luci all’interno dell’inquadratura, siamo quindi andati veloci, con anche otto pagine di sceneggiatura al giorno”.

Occasione per gli attori di muoversi in un ambiente meno rigidamente delimitato rispetto ai normali set cinematografici, come ha ricordato Hammer. “Avevamo spazio per lavorare senza problemi, tanto che qualche volta ci giravamo e ci trovavamo una camera in faccia. È stato strano, ma una delle esperienze più gradevoli della mia carriera, Stanley è delizioso e lavorare con Geoffrey Rush equivale a giocare a tennis con qualcuno così più bravo di te da elevare anche la qualità del tuo gioco. Un idolo vero, come il mio personaggio mi sedevo semplicemente dall’altra parte della stanza e lo vedevo dipingere, recitare”.

Famoso per il suo perfezionismo, per le sue opere costantemente incompiute, rimodellate con l’ossessione di un incontentabile, Giacometti è uno degli artisti più amati da Tucci. “Lo trovo molto emozionante, anziano e moderno, non c’è niente di così vero come il suo stile allo stesso tempo astratto e figurativo. Lo spazio intorno alle sue figure e all’interno dei suoi dipinti è cruciale, come al cinema il rapporto fra gli spazi positivi e quelli negativi, nella disposizione degli attori in un luogo. Amo la spontaneità nei miei interpreti, li spingo a inventare, se avessi anche recitato il protagonista avrei avuto troppe distrazioni, sarebbe diventato ancora di più un progetto di vanità. Ero sicuro che sarebbe venuto meglio con un altro attore, poi avendo convinto Geoffrey Rush ancora di più. Non amo i film biografici, mentre apprezzo il racconto di un segmento di vita, come fa il libro, che ti permette di focalizzarti sui dettagli, sintetizzando la vita di Giacometti e il suo processo creativo in un microcosmo”.

Riguardo a quanto condivida l’ossessione dell’artista svizzero per il non finito, per l’insoddisfazione costante, ha ammesso: “il cinema è diverso dalla pittura, ottieni dei soldi per lavorare a un numero definito di settimane e devi rispettare i tempi. Certo che lo vedo e mi dico che in fondo vorrei iniziare da capo, vorrei cambiare delle cose, ogni volta diverse. Un quadro lo puoi dipingere per sempre, anche per tutta la vita, per un film sfortunatamente non è così. O probabilmente dovrei dire fortunatamente”.

Final Portrait sarà distribuito in Italia prossimamente da BIM.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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